Il primo articolo sulla scoperta del Mitreo – Il Messaggero, 6 Febbraio 1963

La prima notizia sulla scoperta del Mitreo verrà posta in risalto dalla stampa, in un articolo non firmato, apparso ne Il Messaggero del 6 Febbraio 1963. L’articolo riporta solo pochi accenni alle circostanze della scoperta da parte del proprietario dell’area. Seguirà, due giorni dopo, un articolo ben circostanziato del giornalista Giulio Tirincanti, il quale ebbe modo di visitare l’area, ne Il Messaggero dell’ 8 Febbraio 1963.

Di seguito la trascrizione completa del primo articolo e alcune immagini inserite al suo interno:

A Marino, nei castelli romani, una scoperta archeologica di particolare interesse

Un tempio di Mithra nella cantina di un vinaio

Importanza del ritrovamento avvenuto in questi giorni – Il perfetto stato di conservazione e il significato di un affresco dai vivi colori – Fascino e mistero di un culto orientale giunto nell’Urbe sotto Pompeo

 

A Marino, nella cantina di un vinaio, è avvenuta per caso, una delle scoperte più interessanti dei nostri tempi: un tempio sotterraneo, dedicato al dio Mithra, con un bellissimo affresco che dispiega dinanzi ai nostri occhi il rituale sacro e propiziatorio. La scoperta è avvenuta per caso. Semplicemente perché il proprietario della cantina, trovando angusto il suo deposito di vini, ha pensato di allargarlo scavando, in una rientranza del muro, verso la parte della collina. Scavando e allargando la breccia, ad un tratto, la parete di piccoli massi è crollata e il proprietario, facendo luce con una lampada, ha guardato dentro, non c’era bisogno di scavare oltre: il tunnel che egli desiderava era già bell’è fatto, la volta ricoperta di una specie di malta, e scendendo tre o quattro metri, resti di banchi di peperino lungo le pareti si sbriciolavano corrosi dal tempo e dall’umidità.

Lo stanzone finiva davanti ad una parete ad arco: al centro una stele con delle iscrizioni indecifrabili e sulla parete, per una decina di metri quadrati, un affresco meraviglioso. Alla luce della lampada si vedevano vividi i colori e nitido il disegno delle figure. Il proprietario capì di essere penetrato in qualcosa di importante e avvertì le autorità. E così si venne a sapere che a Marino, nella terra dei Castelli Romani che è, fra le zone archeologiche prossime alla capitale, una delle più interessanti, era venuto alla luce un tempio sotterraneo dedicato al dio Mithra con affresco, dedicato al culto, fra i meglio conservati e una decorazione pittorica fra le più eleganti di quelle tuttora visibili in Italia.

Plutarco ci racconta che il dio Mithra entrò in Italia nel 67 avanti Cristo con i prigionieri della Cilicia catturati da Pompeo. Una divinità indoiranica che negli inni vedici è connessa con Varuna, dio del cielo, e nell’Avesta è legata ad Ahura Mazda di cui è l’occhio.

Poiché egli è dio della luce che dona la fertilità al mondo e aiuta i suoi seguaci nella lotta contro il principio del male, la sua diffusione in Roma si accrebbe sotto la dinastia dei Flavii  e più sotto gli Antonini e i Severi. Con Aureliano il culto del Sole  divenne ufficiale nell’Impero  e si identificò con quello di Mithra. L’imperatore Diocleziano nell’epigrafe dedicatoria di Carantum  lo indica perfino quale «fautor imperii sui» e nel Mitreo,  sotto il giardino Barberini, si hanno tre scene di Mithra con Helios che nel Mitreo di Santa Prisca è rappresentato a banchetto.  Tracce del suo culto si trovano nelle città marittime, lungo le vie commerciali, i grandi fiumi e in luoghi dove erano stanziate le guarnigioni romane perché propagandisti del suo culto furono gli schiavi, i militari spesso di origine orientale. A Roma mitrei, come quelli accennati, sono sotto il Campidoglio, le Terme Antoniane, il Palazzo dei Musei, presso Santa Maria in Cosmedin.  Ma il Mitreo più notevole finora era quello rinvenuto a Santa Maria Capua Vetere con l’affresco del sacrificio di mitra. Ma che cosa è questo rito, quali i suoi simboli, i suoi significati?

Abbiamo consultato, in proposito, un importante studioso. Martino Vermaseren  il quale, fra l’altro, ha scritto un volume dedicato in particolare a Roma: «De Mithrasdienst in Rome » Nimega 1951. Vermaseren  ci dice che nel fondo del santuario sta la scena della tauroctonia e l’altare. Le varie scene relative al dio servono da esempio al fedele. Nell’agape rituale  si usavano la carne e il vino e si pronunciavano formule sacre. Sull’affresco di Marino, la cui composizione fondamentale è identica a quella apparsa a Santa Maria Capua Vetere, appare al centro Mithra in atto di uccidere un toro ferendolo con una spada, sì che il sangue sgorga da una ferita ed alcuni animali (cane, serpente) si adergono a lambirlo,  mentre altri (scorpione, formica) cercano di colpirne i genitali. Il cane è l’animale utile, appartiene all’ordine di Ahura Mazda,  il dio della luce, del bene, il serpe, lo scorpione, la formica sono animali dannosi particolarmente alla vegetazione e appartengono all’ordine di Ahriman,  il cui regno tenebroso del male e popolato di perfidi demoni. Il toro, dalla cui coda eretta spuntano delle spighe di grano, è il toro cosmico che, morendo dà origine alla vita.  Dal suo sangue nasce la vita, dal suo midollo spinale il grano, dal suo seme la specie animale secondo una tradizione conservata nelle scritture zoroastriche.  Ai due lati di Mithra tauroctono figurano due tedofori: uno ha la fiaccola alzata, l’altro rovesciata. Essi, insieme con mitra, sono un simbolo del sole all’aurora, al mezzodì e al tramonto nel cielo della giornata. È così della primavera, estate, autunno nel ciclo autunnale. Gli inni sacri cantati in queste varie fasi sono andati perduti. Nelle piccole scene ai lati della composizione centrale dell’affresco di Marino la vita dell’iniziato che può ascendere:  corso, ninfo, soldato, leone, persiano, corriere del Sole e padre.  I vari gradi mitriaci  in ordine gerarchico sono elencati da San Girolamo nella lettera ad Laetam.  Alcuni degli adepti appartengono alla categoria degli inservienti, altri dei partecipanti. Nelle scene dell’affresco di Marino è visibile anche il rituale fallico, della fecondazione.

I mitrei  sono costruzioni sotterranee che riproducono l’aspetto di una grotta, simbolo del cielo e la leggenda di mitra, nelle sue linee principali, si può ricostruire così: Mithra nasce dalla pietra e si copre con le foglie di un albero. Segue un diluvio e poi la siccità, ma Mithra salva gli uomini facendo scaturire acqua da una pietra. Va, obbedendo ad un ordine, a caccia di un toro che prima gli sfugge, ma poi è catturato e trascinato per le zampe in una grotta dove Mitra lo iugula  con un coltello. Dal sangue taurino nascono spighe di grano, dal suo seme piante ed animali, produzione invano impedita dal morso dello scorpione. Segue un patto tra mitra e il Sole. I due siedono insieme a banchetto, poi, insieme salgono sul carro solare verso il cielo.

E’ la eterna lotta  fra il bene e il male e la luce, infine, trionfa. Con la luce, la fertilità del mondo. Gli apologisti cristiani combatterono Mithra come il loro principale nemico e Tertulliano, in particolare, ritenne il rituale mithriaco una imitazione intimidazione diabolica del Cristianesimo, non solo per le lustrazioni che richiamavano il battesimo è per la credenza nella resurrezione dei morti e nel giudizio finale, ma, soprattutto per il banchetto rituale. Dopo il riconoscimento ufficiale del cristianesimo il culto di Mithra decadde e con la vittoria di Teodosio su Eugenio il culto venne soppresso nel 394 a Roma, mentre ancora resiste a lungo nelle provincie, specie in Oriente.

Marco Cavacchioli, 10 Luglio 2017

 

 

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