Il secondo articolo sulla scoperta del Mitreo – Il Messaggero, 8 Febbraio 1963

A distanza di due giorni dal primo articolo, nel quale si accennava alle vicende riguardo la scoperta del Mitreo, uscirà un secondo articolo, ne Il Messaggero dell’8 Febbraio 1963,  a firma del giornalista Giulio Tirincanti. Egli racconterà stavolta, in maniera molto precisa, le circostanze della scoperta, compresa la notizia che il rinvenimento del Mitreo avvenne effettivamente 10 mesi prima.

Di seguito la trascrizione completa dell’articolo e alcune immagini inserite al suo interno:

Dopo la rivelazione de «il messaggero» dell’eccezionale ritrovamento archeologico

Il Sovrintendente visita la grotta nella Cantina di Marino che nell’antichità fu un tempio per il culto del dio Mithra

La scoperta del Mitreo, da parte di un impiegato del Ministero dei Trasporti e piccolo produttore di pregiato vino dei Castelli, avvenne per caso 10 mesi addietro – tentava  di realizzare una cantina sotterranea scavando nella rupe cui è addossato l’edificio della sua futura abitazione e ha trovato il monumento intatto quale lo avevano lasciato gli adepti del culto misterico dei primi secoli dopo Cristo –  tutta la popolazione di Marino ne conosceva l’esistenza ed il sindaco lo aveva anche visitato senza, peraltro, sentire la necessità di segnalarlo alle competenti autorità statali.

La notizia del fortuito ritrovamento di un antico tempio destinato al culto di Mithra nell’abitato di Marino, pubblicata ieri l’altro dal « Messaggero» che l’aveva corredata di due splendide fotografie dell’affresco che decora la parete di fondo,  ha messo a rumore tutto il mondo della cultura ed in particolare gli ambienti della Soprintendenza alle Antichità di Roma I nei quali si ignorava totalmente l’esistenza di un così importante monumento su quel versante dei Colli Albani.

Il Soprintendente prof. Giulio Iacopi,  archeologo di fama internazionale che abbiamo incontrato ieri mattina nell’atrio del palazzo in cui ha sede il Commissariato di Pubblica Sicurezza di Marino, era, infatti, seccatissimo del fatto di aver appreso della importante scoperta archeologica dalla terza pagina del nostro giornale al quale, sembrava, voler rimproverare di aver puntualmente informato il pubblico di quanto la sua Soprintendenza sotto la sua giurisdizione cade a Marino, avrebbe dovuto conoscere prima di ogni altro.

La sua reazione alla prima ed unica domanda che gli abbiamo rivolto, nell’intenzione di conoscere il pensiero dell’ insigne studioso sull’ avvenimento, è stata – crediamo non volutamente –  piuttosto sgarbata: «Non so niente. Nessuno mi informa. Sono tornato ieri sera da Sperlonga dove ho appreso la notizia dal “Messaggero”. Mi  lasci sentire dal commissario in quale località è avvenuto il ritrovamento». Subito dopo il professore si è dileguato lungo la scala che conduce all’ufficio del commissario capo, dott. Adolfo Alonzi.

Il nervosismo che sottolineava ogni gesto del prof. Iacopi è, in certo senso, giustificatissimo  in quanto, come è noto, qui da noi, le cosiddette autorità competenti sono sempre le ultime ad apprendere quanto avrebbero il diritto e il dovere di conoscere: si fa una costruzione abusiva e il Comune lo sa soltanto quando è terminata;  si sopraeleva  abusivamente un fabbricato nel centro storico e soltanto quando il promotore dell’iniziativa vi va ad abitare interviene il Comune per iniziare una pratica «burocratica»  di punizione che, in genere, si conclude con piena soddisfazione del cittadino irrispettoso delle leggi e regolamenti;  bande organizzate di profanatori di antiche tombe vivono e prosperano svuotando del loro contenuto intere necropoli etrusche e cristiane che le autorità competenti «scoprono» soltanto quando i carabinieri mettono le mani per caso sul materiale archeologico trafugato.

Scontrosità

Il prof. Iacopi, dopo aver letto attentamente il circostanziato articolo del «Messaggero»  aveva tratto le sue conclusioni, secondo le quali la «scoperta» doveva essere avvenuta qualche giorno prima, visto che le cose da noi scritte  non potevano essere frutto di lavoro affrettato, soprattutto per quella parte che riguardava la citazione di quanto ha detto e scritto sul culto di Mitra lo studioso Martino Vermaseren. Da qui la sua scontrosità che poi ha raggiunto il suo acme quando ha appreso, insieme con noi, dalla vivavoce dello scopritore, che il Mitreo di Marino è stato ritrovato 8 o 10 mesi addietro e che del ritrovamento era a conoscenza l’intero paese. Infatti durante tutto il tempo trascorso dal giorno dell’eccezionale scoperta fino a ieri l’altro, il monumento non ha mancato di essere metà di amici e conoscenti dello scopritore, e perfino del sindaco di Marino, senza che alcuno dei visitatori, evidentemente, si sia reso conto dell’importanza della cosa. Poi agli amici degli amici e dei conoscenti del buon vinaio e ferroviere, Vincenzo Zoffoli,  proprietario della cantina in fondo alla quale è situato il mitreo, si è aggiunto un esperto collaboratore del nostro giornale che si è fatto un dovere di portare a conoscenza del pubblico l’eccezionale ritrovamento. Senza la curiosità di studioso del nostro collaboratore, forse lo Zoffoli  avrebbe continuato a «sistemare» nel millenario monumento le sue botti per la posa delle quali aveva già costruito lungo una parete del Mitreo un altro gradino con antistanti bassi pilastrini e trave rialzata.

Entrare nel tempio, ieri mattina, non è stata una cosa facile, nonostante che centinaia di persone lo avessero già visitato e fotografato. Primo perché il proprietario della cantina, come ogni impiegato che si rispetti, era a Roma, al Ministero dei Trasporti, presso cui presta la sua opera nell’Ufficio Orari Internazionali;  la chiave della cantina, come di consueto, l’aveva con sé.  Secondo perché il prof. Iacopi,  impaziente di studiare da vicino e indisturbato l’oggetto del suo malumore aveva fatto piantonare la porta della cantina da due bravi militi dell’Arma dei Carabinieri quasi che, invece di un antico ambulacro affrescato,  fosse stata ritrovata la testa di Antonietta Longo.

Atmosfera epica

Lasciamo immaginare l’atmosfera da dramma epico che, in contrasto con la luminosa giornata di ieri, ha alloggiato nella località del ritrovamento, nell’attesa che il signor Zoffoli prelevato d’autorità dal suo ufficio delle Ferrovie  da un impiegato della Soprintendenza alle Antichità, inviato appositamente con auto a Roma, giungesse davanti alla sua cantina, posta lungo la strada in forte pendenza che dal centro di Marino discende alla locale stazione ferroviaria.

Con il soprintendente, professor Iacopi,  erano alcuni impiegati della Soprintendenza, un restauratore, il maresciallo Bianchi  che comanda il distaccamento dei carabinieri di Marino, il Commissario capo di P.S. dott. Alonzi, il maresciallo Giulio Staderini, pure della P.S., Un paio di carabinieri con tanto di bandoliera e moschetto, qualche impiegato del Comune di Marino, alcuni gruppetti di curiosi, un paio di giornalisti e alcuni fotoreporter inviati da giornali e agenzie di stampa.

L’attesa è stata lunga, poi finalmente, verso le 11.30 la «1100» bleu  partita alla volta di Roma per rintracciare il signor Zoffoli  è ricomparsa in cima alla strada, per fermarsi subito dopo davanti alla cubica costruzione della ormai celebre cantina vinicola.

Lo Zoffoli è disceso dalla macchina  ed è stato subito circondato dalle «autorità» che dopo un breve conciliabolo svoltosi in mezzo alla strada, sotto un sole accecante, sono entrate al suo seguito nel «Cantinone»  scomparendo alla vista degli astanti, tra i quali eravamo anche noi. Ai lati della mezza porta rimasta aperta si sono subito posti i due militi della benemerita, che ci hanno garbatamente impedito di avanzare al seguito del gruppo ingoiato dal buio refrigerato nell’interno del piccolo edificio

Nel «Mitreo»

Soltanto una buona mezz’ora più tardi ci è stato concesso di mettere piede nella cantina e dopo un’altra breve attesa, nel famoso «Mitreo» all’interno del quale gli esperti della Sovrintendenza  avevano eseguito alcune rilevazioni ed il calco, su speciale carta spugnosa, di una scritta incisa su di un cippo tufaceo o di peperino situato sul  fondo del tempio a circa un metro di distanza dalla parete affrescata con la figurazione del Dio Mithra,  nell’atto di uccidere il Toro  cosmico, che morendo dà origine alla vita.

Ma è ora di descrivere il monumento così come lo abbiamo visto, senza alcuna pretesa di dare particolare significato culturale alla nostra descrizione.  Dobbiamo però far precedere la nostra descrizione da una breve rievocazione della vicenda che ha condotto all’eccezionale ritrovamento.

Alcuni anni addietro, Vincenzo Zoffoli, quarantaduenne, padre di tre figli, impiegato – come abbiamo detto – al Ministero dei Trasporti,  decise di dare corpo ad un suo vecchio proposito, realizzando a Marino un piccolo edificio al cui piano terreno avrebbe ricavato un vasto locale per deposito del vino prodotto con le uve delle vigne paterne e con quelle d’una vigna acquistata da lui stesso.  Sopra tale locale lo Zoffoli  progettava, e progetta, di costruirsi un’abitazione nella quale ritirarsi al termine della sua carriera di impiegato statale.

Due anni fa, dopo aver faticosamente raccolto il necessario per dare inizio alla realizzazione del suo onesto progetto, lo Zoffoli acquistò un piccolo appezzamento di terra lungo la via della Stazione, a cinquanta metri di distanza da quest’ultima.  Nell’atto d’acquisto venne stabilito per il compratore anche il diritto di «bucare» la collina sovrastante il terreno allo scopo di costruirsi una fresca cantina. Messosi all’opera,  il simpatico ferroviere (che ieri sembrava essere caduto direttamente dal cielo tanta era la sua meraviglia per l’interesse suscitato dalla sua scoperta) realizzò in breve il piano terreno del suo antico progetto e nel vasto locale così ricavato sistemò provvisoriamente le sue botti.

La parte di fondo del «Cantinone»  era costituita dalla scarpata pietrosa della collina retrostante, scarpata che egli più tardi intendeva «bucare». Per dare al suo vino ( che a Marino si dice molto pregiato)  il ripostiglio adatto. Cosa che fece, o tentò di fare, 8 o 10 mesi or sono  attaccando vigorosamente e con mezzi idonei la scarpata di cui sopra. Avendo costruito sulla destra una botte cubica di cemento armato, il brav’uomo cominciò a lavorare sulla sinistra della parete di fondo. Ad un tratto si trovò di fronte un grosso masso tufaceo che a quanto gli sembrò, ostruiva un largo cunicolo già scavato in altri tempi. Continuo a scavare, frantumò il masso e scopri il Mitreo. Il monumento, nel quale, finalmente, possiamo entrare anche noi è costituito da un solo ambiente rettangolare largo poco meno di 4 metri è lungo da 25 a 30 metri,  con la volta a botte irregolarmente intagliata nella roccia. L’altezza dell’intradosso dal suolo è di circa 3 metri.

Fanghiglia

 Il pavimento (più basso di circa 2 metri rispetto a quello della cantina)  coperto di una fitta fanghiglia prodotta dallo stillicidio di acqua che cade dalla volta e dalle pareti, non ci è sembrato che abbia alcun rivestimento superficiale. Al piede della parete di destra alcune sporgenze fanno supporre che in origine dovessero esserci, sui lati lunghi dell’ambiente, delle panchinature  che si sono ritrovate in altri mitrei. Sulla parete di sinistra eventuali tracce dei banchi laterali, ammesso che ce ne fossero, sono stati involontariamente coperte dallo Zoffoli che,  come abbiamo detto, vi ha costruito il piano di posa per le sue botti.

Pareti e soffitti sono intonacati interamente con uno strato di malta gessosa di circa 3-4 cm. di spessore. Alcuni buchi rettangolari posti ad un altezza di un paio di metri lungo le due pareti laterali fanno supporre dovessero esserci in origine dei supporti per fiaccole, considerato che la lunga galleria –  poiché di questo si tratta –  è completamente sotterranea:  l’unica sua apertura verso l’esterno doveva essere quella che lo Zoffoli ha  maldestramente tagliata nel tentativo di scavare la sua cantina.

A destra e a sinistra dell’antico ingresso  è a pochissima distanza dallo stesso, sono dipinte sulle pareti laterali, due figure femminili, riquadrate da una larga fascia  nera o bleau scuro.  Quella di destra è meglio conservata anche se non tutti i particolari sono chiaramente visibili. Quella di sinistra, striata da umidità è pressoché illeggibile. Altri figurazioni sulle due pareti che delimitano il lungo ambiente non ci sono. L’acqua che da secoli filtra attraverso la roccia le ha in parte rigate e annerite senza però danneggiare l’intonaco biancastro che le ricopre.

Sulla parete di fondo, il miracolo:  tutta la parete che, come abbiamo detto, è a forma arcuata avendo come base la larghezza del tempio e come altezza quello della volta che lo conclude verso l’alto, è interamente occupata da un affresco in cui è raffigurata l’impresa culminante del Dio Mithra che iugulando il toro  cosmico, dà origine alla vita.

La composizione della pittura che chiude il Mitreo di Marino ricorda quella che decora il Mitreo ritrovato a Santa Maria Capua Vetere. Ma, a differenza di questo, a parte la incisività del disegno e la vivezza dei colori che contraddistingue il dipinto scoperto dallo Zoffoli,  ci sembra che la composizione della figurazione venuta in luce a Marino sia più armoniosa e,  comunque, più completa in quanto ai lati della scena principale appaiono per la prima volta alcune scenette riquadrate di nero, rappresentanti la vita dell’iniziato. Nei mitrei infatti avveniva la celebrazione del Taurobolio,  durante la quale l’iniziando  veniva irrorato dal sangue del Toro ucciso.

Due tedofori

 A Marino, come a  Santa Maria Capua Vetere, a fianco della figurazione centrale ci sono i due tedofori:  uno con la fiaccola alzata e l’altro con la fiaccola rovesciata a simboleggiare, insieme con la figura centrale del Dio Mithra,  il sole all’aurora, alle 12:00 e al tramonto. In ambedue le composizioni appaiono il cane e il serpente in atto di lambire il sangue che sgorga dalla ferita prodotta dalla spada di Mithra, e lo Scorpione che cerca invece di colpire i genitali dell’animale ucciso. Nel dipinto di Marino appare anche un uccello nero o bluastro (forse un piccione).  Ma ciò che colpisce maggiormente nel dipinto di Marino e la straordinaria vivezza dei colori:  la tunica del dio, drappeggiata alla maniera classica, è di un delicato rosa, mentre sul suo mantello azzurro oltremare spicca l’oro delle stelle del firmamento. I due tedofori, sono anch’essi dipinti di rosa e di azzurro, mentre sulle corna del toro di un delicato ocra spiccano per contrapposizione il nero del serpente è il colore fulvo del cane. Il cielo blu scuro, denso di nubi, è circoscritto dal taglio della roccia che nel dipinto sta a rappresentare la grotta in cui si verifico l’impresa culminante del Dio Mithra.

A Marino si è poi trovata un’altra cosa:  il cippo sul quale veniva celebrato il taurobolio.  Si tratta di un cippo monolitico a base quadrata di circa 40 cm di lato e metri 1,20  di altezza. In basso è in alto si allarga, con breve scivolo, quasi a formare una cornice di appoggio e una di coronamento. Nella parte centrale e sulla faccia orientata verso l’ingresso è incisa una scritta in latino il cui significato, secondo gli esperti, potrebbe condurre alla datazione del Mitreo: vi sono incise una sotto l’altra le seguenti parole: INVICTO – D.E.O. – CRESCES – ACTOR – AIEI – ALREDI – D.P. La prima I   della  terz’ultima parola potrebbe essere anche una T;  la pietra è in parte consumata dal tempo ed è difficile distinguere le parti terminali di alcune lettere. Tali lettere sono del tipo «apicato» il che starebbe a dimostrare che sono state incise nel Tardo Impero.

Il cippo è stato trovato rovesciato nella melma che riempiva in parte il mitreo:  è stato rialzato nello stesso punto in cui è stato trovato dal vinaio ferroviere che ieri, confessandolo, sembrava volersi scaricare di una grossa responsabilità.  

Giulio Tirincanti

Marco Cavacchioli, 10.09.2017

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