La Marino del Moroni

La storia di Gaetano Moroni, da umile barbiere a protetto del Papa e di come ci racconta Marino nel suo Dizionario di Erudizione Storico Ecclesiastica

“Giace su amena collina, dodici miglia lunge da Roma, avente a mezzogiorno e settentrione due valli, lo che rende più pregevole la salubrità dell’aria che vi si respira”

Gaetano Moroni (1802-1883), figura singolare della metà dell’800 passato da umile popolano di professione barbiere alle funzioni di cameriere, segretario di casa e protetto di Papa Gregorio XVI. La sua fortuna iniziò all’età di 16 anni, quando gli toccò fare la barba a Bartolomeo Cappellari, abate dei Camaldolesi, il quale, intendendo subito la vivacità e l’intelligenza del ragazzo lo prese a proprio servizio nominandolo anche suo cameriere privato e segretario personale. Lo fece studiare mettendogli a disposizione la sua biblioteca privata e quella del convento di S. Gregorio al Celio e gli fece conoscere anche alcuni celebri eruditi romani quali Francesco Cancellieri, Antonio Nibby, Pietro Fea.

Ma quando lo stesso abate Bartolomeo Cappellari , diverrà Papa con il nome di Gregorio XVI (Papa dal 1831 al 1846) è proprio qui che comincia la vera fortuna del Moroni il quale varcherà la soglia del Palazzo Apostolico come primo aiutante di Camera, nonché Cavaliere.

Ben presto tutti i potenti si inchineranno di fronte a lui per il forte ascendente che aveva sul Papa. Ed è proprio in questa fase che partiranno le impietose invettive di Pasquino (la nota statua parlante di Roma) rivolte al Moroni: “Della Chiesa è pontefice Gregorio/governato dal proprio cameriere/onde il catino si mutò in ciborio/e lo Spirito Santo in un barbiere”. Anche Giuseppe Gioacchino Belli non lo risparmierà soprattutto nel suo rapporto con il Papa, nel sonetto “L’impieghi novi” ritrae il carattere evanescente delle sue mansioni nella corte papale: “Guarda er marito de la bbella Nina/hanno inventato un posto pe impiegallo/co ttrenta ggnocchi (scudi) ar mese de duzzina (di onorario)/E ortr’a cquesto, un calessie cor cavallo/perché vvadi a Ppalazzo oggni matina/a avvisà ssi ffa ffreddo o ssi ffa ccallo”. Sempre il Belli nel sonetto “Le miffe (menzogne) de li Ggiacubbini “ rintuzza sarcastico l’accusa di avarizia rivolta al Papa dai Giacobini e il facile arricchimento del Moroni: “E cqueste che ddich’io sò storie vere/perché abbasta a gguardà, tteste de cazzo/come paga le bbarbe ar Cammeriere/Je le paga accusí, cche cquer regazzo/da quarche mmese in qua cch’era un barbiere/ggià ha ccrompato tre vviggne e un ber palazzo”. Insomma la facile fortuna del Moroni non passò di certo inosservata presso il popolo romano.

Ma, invettive di Pasquino e sarcasmo del Belli a parte, il Moroni resterà a fianco al Papa fin sul letto di morte, tanto che gli fece anche da infermiere nei suoi ultimi giorni, fino alla sua morte avvenuta il primo giugno 1846. Un rapporto tra il Papa e il barbiere divenuto erudito, così stretto che il Papa stesso gli lasciò in eredità quattromila scudi, e forse, uno dei lasciti più apprezzati da un uomo di cultura: ventuno volumi di incisioni del Piranesi.

La morte del Papa provocò contemporaneamente anche la sua caduta, tanto che il successore Papa Pio IX lo rimosse dall’incarico e il Moroni si ritiro a vita privata curando i volumi di quella monumentale opera costituita dai 103 volumi, il Dizionario di Erudizione Storico Ecclesiastica (scritti dal1840 al 1861) da cui è tratta la voce  “Marino” che abbiamo voluto riportare di seguito.

Ogni voce del Dizionario esposta con minuzia descrittiva senza pari e aveva come scopo, quello di creare uno strumento di propagazione della fede, uno strumento di sublimazione del carattere immutabilmente del potere papale. E’ e rimane, uno strumento preziosissimo che fotografa con particolari anche suggestivi la storia di monumenti, diocesi e città della metà dell’800.

Riportiamo alcune parti significative della voce “Marino” nel Dizionario di Erudizione Storico Ecclesiastica del Moroni, vol. XLIII, 1847:

Marinum. Città dello stato pontificio, comarca di Roma, diocesi del cardinal vescovo di Albano. Giace su amena collina, dodici miglia lunge da Roma, avente a mezzogiorno e settentrione due valli, lo che rende più pregevole la salubrità dell’aria che vi si respira. Il suolo del territorio è fertilissimo, e dalla misura censuaria del 1833 è di rubbia 1932. Vi prosperano alberi e frutti d’ogni specie, vino generoso, cereali, non che gli orti ed ogni specie di erbaggi, per i diversi rivi d’acqua che vi scorrono. Nel medesimo territorio sono due cave di pietre di molto uso, cioè di peperino e di macigno, ed una sorgente di acqua minerale. Di molti opifizi di carta, ferro, rame e cuoi che vi si ricordano, più non vi sono ora che vari mulini da grano, da olio, una fabbrica di sapone, ed altre fabbriche ne accrescono il traffico industriale. Due fiere vi si tengono, l’una dal 10 al 13 Giugno, detta di S. Barnaba, e l’altra dal 10 al 16 di Dicembre con molta affluenza specialmente di negozianti di tele e stoviglie. Tuttavolta Marino molto perdé dopo che Pio VI disseccando le Paludi Pontine, riaprì la Via Appia per andare a Napoli dirigendola da Roma ad Albano; dappoichè antecedentemente per questa città passava la strada postale dirigendosi a Velletri, e di là a Terracina girando intorno alle pendici dè monti Lepini. Un profondo acquedotto di mirabile costruzione, esteso quasi tre miglia circa, vi reca principalmente dai colli Algidi quella abbondante copia di acqua potabile che il vasto linfeo conserva sotterra, onde si alimentano le varie sue fonti, dopo di aver fatto di sé bella mostra nella piazza in apposita fontana, venendo pure ivi attinta dalla popolazione.

Marino cospicua terra popolosa di più di seimila abitanti, il suo soggiorno è delizioso, piacevole la situazione posta in mezzo ad ameni e nobili dintorni, decorata di edifizi, di chiese, case religiose, collegio, ospedale, e di altri particolari pregi.

Posta questa città sopra un ripiano della falda dipendente dalla cresta di Albalonga, in aria purissima, donde si gode l’ampia veduta della campagna romana, è ben fabbricata. La strada del corso con regolari edifizi, anche del secolo XVI, la piazza e il Duomo sono degni, come il palazzo baronale, di particolare menzione. La vecchia terra degli Orsini e de’ Colonnesi conserva gli avanzi del suo recinto e qualche torre rotonda del secolo XV, sulle quali sono ancora gli stemmi de’ Colonnesi che le innalzarono, come il quella piccola rotonda e merlata, chiusa nella parte inferiore da piccole case e posta a mano manca quasi sul cominciar la via del corso.

Incontro si vede in palazzo edificato con ornati di mosaici tuttora visibili, dal cardinal Castagna, poscia nel 1590 Papa Urbano VII. Da il corso in una piazza, in mezzo alla quale è la memorata fontana decorata da una colonna e da quattro turchi o mori di marmo, colle mani avvinte di dietro, stemma de’ Colonnesi, sebbene costruita nel 1632 a tutte spese del Comune.

La chiesa principale abbaziale collegiata e parrocchiale è dedicata all’apostolo S. Barnaba protettore della città, grandioso edifizio di eccellente architettura, eretto dai fondamenti con maestosa e regolare facciata dal cardinal Girolamo Colonna vescovo di Frascati, IV duca di Marino, il cui mausoleo è all’interno con pregiati ornamenti di scoltura, sebbene egli è sepolto nella basilica lateranense.

Le altre chiese

Chiesa della ss. Trinità, della congregazione de’ dottrinari. Elegante fabbrica con annesso collegio, eretta nel secolo XVII, nella quale furono introdotti nel principio di tal secolo i chierici regolari minori dal contestabile Fabrizio Colonna, perché servissero di aiuto spirituale e d’istruzione agli abitanti. Sull’altare maggiore si venera per quadro la ss. Trinità, meraviglioso dipinto di Guido Reni.

Chiesa di san Domenico delle monache domenicane dette gavotte, con monastero eretto con bolla di Clemente X, degli 8 maggio 1675, di strettissima osservanza. La chiesa è di gaia architettura, e di bei marmi rivestita.

Chiesa di s. Maria delle Grazie. Degli agostiniani, detta anticamente del Gonfalone, perché della compagnia di tal nome ivi eretta. Merita menzione in quadro di s. Rocco, che dicesi del Domenichino o dello Spagnoletto. Ivi venerasi una divotissima immagine di antica divozione della Beata Vergine, la quale pria si chiamò del Gonfalone, come apparisce dal modo in cui è eligiata, cioè col manto in ambo i lati aperto, in atto di ricevere sotto di esso e suo patrocinio i fratelli e sorelle della detta compagnia del Gonfalone. Dipoi si chiamò delle Grazie per la copia di quelle concesse a chi ricorse alla sua mediazione.

S. Rocco, chiesa od oratorio rurale sulla strada di Grottaferrata.

S. Maria dell’orto detta dell’Acqua Santa, sulla strada verso Albano, eretta con limosine de’ fedeli, ove sotto l’altare sorge un’acqua che bevono con divozione gl’infermi, ed opera prodigiose guarigioni, essendo in gran venerazione la sacra immagine della Madonna scolpita nel peperino.

S. Antonio di Padova, dirimpetto alle carceri, per celebrarvi la messa a comodo de’ carcerati.

S. Maria della Natività, chiesa rurale posta sulla strada verso Roma, edificata nel 1641.

S. Giovanni Evangelista e S. Francesco, cappella pubblica fabbricata vicino ai molini del comune.

S. Antonio di Padova, situata sulla strada romana, eretta da Bartolomeo Santopadre.

S. Girolamo alla Frattocchie, eretta per comodo degli agricoltori della casa Colonna.

SS. Crocefisso, vicino alla Via Appia, della Famiglia Martoli.

Finalmente in Marino vi sono una casa religiosa per l’educazione delle fanciulle, e un pubblico ospedale per gli infermi

Altro edifizio poi ragguardevole è il palazzo baronale dei Colonna, magnifico fabbricato non condotto a fine. Aveva nel mezzo una gran torre quadra, che venne però mozzata. Nei saloni vi sono molti quadri importanti pei soggetti che rappresentano, poiché i migliori furono ai giorni nostri trasportati ad accrescere la preziosa galleria del Palazzo Colonna di Roma, ove pure vennero collocati i più scelti dei palazzi baronali di Genazzano e Paliano. Nella gran sala al primo piano vi è la pregevole e intera serie delle effigie di tutti i sommi pontefici da S. Pietro al Regnante Pio IX, dipinti in tela in tanti quadri colla testa al naturale. Nella gran sala al secondo piano vi sono molti quadri di vario argomento, la maggior parte rappresentanti ritratti di illustri Colonnesi. Rammenteremo quel dipinto del cavallo tutto bianco, che dicesi della razza dei Colonna, il quale ha sì lunga e ricca criniera del collo e la coda, che quel trascina per terra, e questa lunga circa tre canne, è sostenuta da valletti riccamente vestiti, mentre un terzo tiene le briglie di sì meraviglioso e bellissimo cavallo.

In Marino vi è l’amena villa Bel Poggio, già dei Colonnesi, ed ora della famiglia de’ conti di Marsciano, con elegante palazzino, bei viali e giardini, ed ombrosi boschetti.

In Marino fiorirono uomini e donne illustri. Tra i molti personaggi che videro la luce in Marino, nomineremo Vittoria Colonna, nata nel 1490 da Fabrizio Colonna e da Agnese di Montefeltro, e morta in Roma nel 1547. Altro Colonnese nato in Marino fu Prospero de’ duchi di Sonnino, che ivi vide la luce del giorno nel 1673, creato cardinale da Clemente XII, e morto in Roma nel 1743. Altre persone illustri di Marino sono : suor Maria Costanza Biondi fondatrice delle monache oblate di Albano. Suor Claudia de Angelis fondatrice delle monachelle di Anagni: è dubbio se nascesse propriamente in Marino, certo è che marinesi furono i genitori. Bernardina Cioglia e Barbara Costantini, ambedue morte in odore di santità, avendo Dio concesso grazie a loro intercessione. I nominati religiosi Boezio e Bonacci. Domenico Gagliardi dottore fisico che pubblicò alcune opere e servì quattro pontefici. Nicola Gagliardi vescovo di Alatri. Giacomo Carisismi, celebre compositore del Miserere che si cantò nella basilica vaticana. Giuseppe Ercole maestro di cappella della corte Austriaca. Due fratelli Falconi, uno maestro di cappella della corte di Spagna, l’altro in quella di Portogallo. Canestri e de Cesaris si distinsero nella pittura. Il cav. Mocchi valente scultore, fu chiamato alla corte di Baviera. Anticamente molti martinesi si distinsero nella armi, e da ultimo certo Rovina morì mentre era al serviglio della Russia col grado di Colonnello. Maria Domenica Fumasoni, oltre ad essere poetessa, si dice che fu discopritrice della filatura dell’amianto, di che, secondo il ch. Raggi, fece esperimento nell’Accademia de’ Lincei nel 1806, presenti rinomati professori scalpellini, Brocchi e Morichini che assi la lodarono: suo figlio è il notaro Francesco Fumasoni Biondi, lodato poeta che con mirabile facilità improvvisa versi su d’ogni argomento. Altro vivente illustre è Giuseppe Mercuri inventore dell’incisione in acciaio, nella quale sì divenne celebre, che fu fatto direttore dell’Accademia delle Belle Arti nel Belgio.  Vanno encomiato i filantropi Francesco e Mauro fratelli Giani, per aver istituito cinque posti gratuiti e perpetui nell’ospizio apostolico di s. Michele a Roma. I medesimi benemeriti fratelli fondarono pure sei mezzi posti per convittori nel collegio di Marino, oltre diverse opere pie, per le quali hanno disposto l’intiero loro patrimonio.

Marco Cavacchioli, 16 Luglio 2017

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